IL LAVORO IN AGRICOLTURA

lavoratore agricolo

Doveroso fare un pò di chiarezza in questo campo anche perchè spesso la burocrazia ci pone di fronte a dubbi esistenziali (ma chi sono?).  Imprenditore agricolo è chi esercita un’attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, all’allevamento di animali ed attività connesse. Dal punto di vista previdenziale, l’attribuzione della qualifica di CD (COLTIVATORE DIRETTO) o IAP assume importanza in ragione delle agevolazioni di natura fiscale e contributiva previste dalla vigente normativa nazionale e comunitaria. Per i CD gli accertamenti relativi all’attribuzione della qualifica sono svolti dall’INPS, per gli IAP  la qualifica deve essere riconosciuta dalle Regioni , l’INPS viceversa conserva la facoltà di acquisire tutte le altre informazioni necessarie all’inquadramento aziendale ai fini dell’imposizione contributiva. Nel 2004 si è istituita la figura dell’IMPRENDITORE AGRICOLO PROFESSIONALE  (IAP)  estendendone l’applicabilità anche ai soci di società agricole. E’ IAP colui che, in possesso di conoscenze e competenze professionali , dedichi all’attività agricola di impresa, direttamente o un qualità di socio, almeno il 50% del proprio tempo di lavoro ricavandone almeno il 50% del proprio reddito globale da lavoro (25% per le aziende ubicate in zone svantaggiate; sono, quindi, i requisiti per essere IAP: – Professionalità; – Tempo dedicato; – Reddito ricavato (che deve essere fonte principale).

Vediamo il lavoro familiare. La collaborazione resa all’interno di una famiglia, è una prestazione basata sul vincolo solidaristico ed affettivo proprio del contesto familiare; ovviamente in un rapporto coniugale, di parentela e di affinità non si prevede d’ordinario la corresponsione di alcun compenso. Con specifico riferimento alle attività agricole, l’art. 74 del D.Lgs. n. 276/2003 prevede che non rientrano in  un rapporto di lavoro autonomo o subordinato le prestazioni svolte da parenti e affini sino al quarto grado in modo meramente occasionale o ricorrente di breve periodo, a titolo di aiuto, mutuo aiuto, obbligazione morale senza corresponsione di compensi …”. La norma si fonda, quindi, sul fattore dell’occasionalità che rappresenta l’elemento determinante al fine di escludere l’obbligo di iscrizione all’Ente previdenziale ed il conseguente versamento relativo all’attività svolta dal familiare a titolo gratuito. Per attività occasionale si deve intendere quella caratterizzata dalla non sistematicità e stabilità dei compiti espletati, nell’ambito della gestione e del funzionamento dell’impresa. Il giudizio sulla non abitualità della prestazione è individuato attraverso un parametro di natura quantitativa di tipo convenzionale e ciò al fine dell’accertamento delle collaborazioni “familiari”. Secondo il Ministero, quindi, è opportuno legare la nozione di occasionalità al limite quantitativo dei 90 giorni, intesi frazionabili in ore, ossia 720 ore nel corso dell’anno solare. Nel caso di superamento dei 90 giorni, il limite quantitativo si considera comunque rispettato se  rientrante nel tetto massimo delle 720 ore annue. La circolare, inoltre, reputa la occasionalità della prestazione del collaboratore a prescindere dalla contestuale presenza del titolare nei locali dell’azienda ove impegnato in altre attività; il mancato rispetto del parametro quantitativo dovrà comunque essere dimostrato dal personale ispettivo mediante la acquisizione di elementi di natura documentale o testimoniale, in assenza dei quali non potrà ritenersi provato il superamento del limite dei 90 giorni ovvero delle 720 ore annue. In ordine al vincolo di parentela, sono genuine le collaborazioni occasionali (escluse dagli adempimenti previdenziali), quelle instaurate tra il titolare dell’azienda, oltre che con il coniuge, con parenti affini fino al quarto grado. In proposito, si ricorda che sono parenti: – di primo grado i genitori e i figli; – di secondo grado i nonni, i fratelli e sorelle, i nipoti intesi come figli dei figli; – di terzo grado i bisnonni e gli zii, i nipoti intesi come figli di fratelli e sorelli, i pronipoti intesi come figli dei nipoti di secondo grado; riguardo agli affini sono tali i parenti del coniuge: – di primo grado i suoceri; – di secondo grado i nonni del coniuge ed i cognati; – di terzo grado i bisnonni del coniuge, gli zii del coniuge, i nipoti intesi come figli dei cognati. Profili di illegittimità viceversa per il lavoro reso dallo zio (qualora non riferibile alle collaborazioni ex art. 76 D.Lgs. n. 276/2003) o dal confinante, non essendo possibile, nel caso dedotto, lo scambio di manodopera ex art. 2139 c.c.

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