CORK OR NOT CORK

tappi

Durante il mese di settembre è stata varata la sospirata (dai produttori) modifica alla normativa che riguarda i vini docg: non esiste più l’obbligo del tappo in sughero, che ora potrà essere a vite, in silicone, ecc… il tutto per soddisfare le esigenze dei mercati esteri (americano e giapponese in primis) che privilegiano di gran lunga i vini col tappo a vite  . Il decreto è stato fortemente voluto da alcune DOCG che vendono molto all’estero:

“Sui mercati del Nord Europa, ma sempre più spesso anche in Usa e Giappone – spiega il direttore del Consorzio del Soave, Aldo Lorenzoni – i consumatori richiedono che le bottiglie di vino siano chiuse con tappi a vite di nuova generazione oppure con capsule di vetro o in ceramica. E non possiamo ignorare le preferenze del mercato estero dal quale ormai viene oltre il 50% del fatturato del vino made in Italy”.
Qualche purista probabilmente storcerà il naso ma di fatto, soprattutto la nuova generazione di tappi a vite non ha nulla a che vedere con i vecchi sistemi in latta o in plastica utilizzati in passato e che erano sinonimo di vini di scarsa qualità. Prova ne è che l’idea di un tappo alternativo al sughero sta facendo breccia anche in alcune denominazioni più blasonate.
“Ci siamo presi qualche mese di tempo per decidere – dice il direttore del Consorzio del Chianti Classico, Giuseppe Liberatore – di certo i nostri segmenti top come la “Riserva” o l’etichetta “Gran selezione” appena introdotta resteranno fedeli al tappo di sughero, ma non escludiamo di accogliere l’opzione offerta dal nuovo decreto. Ormai all’estero, come negli Stati Uniti, il ricorso ai nuovi tappi a vite è sempre più diffuso anche su bottiglie da oltre 100 dollari. Anzi il consumatore internazionale, paradossalmente, proprio in presenza di un vino di fascia medio alta preferisce una chiusura alternativa al sughero, perché non vuole in alcun modo correre il rischio di aprire una bottiglia importante e poi scoprire che il vino sa di tappo”.

E così, su quei mercati, anche i nostri Baroli, Brunelli, Amaroni, Aglianici, ecc… potranno essere venduti con la comoda apertura di facile manualità e, sopratutto, che non fa rischiare al consumatore estero di spendere parecchie decine di dollari o yen e poi avere un vino che sa di tappo. Bene, benissimo per i nostri produttori che devono in primis  vendere il vino e quindi   sono felicissimi. Noi un po’ di meno.

Non perché i produttori non debbano fare tutto il possibile per essere competitivi sui mercati internazionali. Figuriamoci. In questi tempi di crisi poi,  però non è difficile immaginare che ci ritroveremo la stessa bottiglia in due versioni:  una bottiglia con tappo a vite ed una  col tappo di sughero tradizionale, a prezzo maggiorato, questo  penalizzerà chi ama bere bene e che sicuramente compra un vino “vivo”, ossia un vino che negli anni si evolve grazie alla microssigenazione assicurata dal “sughero”.

Questa notizia  è passata sotto silenzio, ci sarebbe piaciuto che qualche  Winemaker di quelli che fanno “opinione” o qualche winewriter che scrivono tanti articoli (redazionali?) sul vino si indignasse per quello che ci viene imposto per delle logiche chiaramente commerciali, equiparando il vino ad un qualsiasi bene di largo consumo fregandosene di quello che rappresenta, per noi italiani, in termini di valori: storia, tradizione, legame con il territorio , con le comunità.

L’ auspicio è che questo non sia l’inizio di un processo di massificazione che porterebbe i nostri vini a perdere quella identità e riconoscibilità che ci ha assicurato e che ci asssicura ancora forti spinte verso l’esportazione dei nostri vini (siamo i primi esportatori al mondo in termini di quantità e secondi per fatturato). In ogni caso avremo una libertà di tappo, cioè vi è  la possibilità, da parte dei singoli Consorzi di Tutela, di prevedere norme più restrittive attraverso una modifica del Disciplinare di Produzione da presentare entro sei mesi. Ci affidiamo, quindi, al buon senso dei nostri Consorzi di Tutela, che possano prevedere il tappo a vite per i vini da bere giovani come i bianchi freschi, acidi o i rosati e magari per bianchi che evolvono bene in ambiente ridotto come il Sauvignon Blanc o il Fiano di Avellino, ma privare una bottiglia di Taurasi, di Greco di Tufo, di un Chardonnay siculo, di una Falanghina vendemmia tardiva, di un Trebbiano di Valentini ecc… di migliorarsi, aprendosi verso una complessità gustolfattiva che richiede anni di evoluzione in ambiente leggermente ossidativo ci sembra un grande “Autogoal”.

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