Report evento: VinEstate 2011

Dal 2 al 4 settembre Torrecuso ha dedicato ai vini prodotti da vigneti posti ai piedi del Taburno, il monte che protegge il territorio, un evento enogastronomico, VinEstate.

Il tema principale della rassegna è stato il ruolo della donna nella cultura del vino e la visione del mondo del vino attraverso gli occhi delle donne. Dai convegni è emerso, in particolare attraverso le esperienze raccontate da quattro donne imprenditrici-produttrici di vini, che il pragmatismo abbinato all’equilibrio e al buon gusto delle donne non può che far bene al pianeta vino. Aggiungiamo anche che la donna consumatrice di vini sta prendendo piede e se è vero (ed è vero) che hanno un olfatto più spiccato degli uomini ed un senso estetico più raffinato, questo potrebbe stimolare un miglioramento da parte degli attori della filiera vino.

I 19 produttori partecipanti, alloggiati in stand di legno, hanno deliziato il numeroso pubblico accorso con Aglianici, Falanghine e Code di volpe. Nell’aria si percepiva ottimismo e una grande aspettativa sul ritorno d’immagine che la DOCG appena ricevuta per l’Aglianico del Taburno potrebbe dare al vino e più in generale al territorio. Il comune di Torrecuso, grazie all’entusiasmo dei tanti che credono nel salto di qualità – in primis Libero Rillo – e dell’attivo sindaco Dr. Cutillo, sembra pronto alla crescita, con il vino a fare da apripista. Il nome Torrecuso e Aglianico del Taburno – è questione solo di tempo – entreranno nel panorama enologico nazionale non da comprimari ma da attori protagonisti, con pari dignità rispetto ai nomi altisonanti del gotha enologico: Brunello-Montalcino, Nebbiolo-Langhe, Amarone-Valpolicella ecc.

Come spettatore all’evento ho avuto la fortuna di partecipare a 2 degustazioni. Vi racconto solo quella che per me è stata più interessante e stimolante, perché apre uno squarcio immenso nelle credenze che il senso comune “infligge” all’Aglianico.

La sequenza ha previsto:

Terre di rivolta 2006 di Cotroneo

Don Nicola 2005 riserva di Iannella

Il Poggio 2003 riserva

Limiti 2001 riserva Torre dei Chiusi

Bue Apis 2000 Cantina del Taburno

Vigna Cataratte 1998 riserva Fontanavecchia

È stato un crescendo dal primo all’ultimo aglianico con un minimo comune denominatore: alcool, struttura, sentori, tutto mixato per un’armonia insospettata. I più “anziani” Bue apis e Vigna Cataratte ci hanno lasciato a bocca e naso aperti! Entrata avvolgente, piena, seguita da una grande apertura con un caleidoscopio di sfumature di profumi e aromi. Tannini morbidi e potenti, acidità ancora vivissima con un buon supporto minerale che dona la giusta sapidità. Ampiezza e Armonia sono i due attributi di sintesi!

I produttori-enologi conoscono le potenzialità del vitigno Aglianico? L’esperienza di Libero Rillo è illuminante: tolse dalla vendita 250 bottiglie di Vigna Cataratte riserva del 1998 non per una strategia di marketing, ma perché non era sembrato un buon prodotto e quindi non voleva rischiare di ledere la credibilità della cantina. Dopo qualche anno, proponendo lo stesso vino a qualche cliente più attento e a qualche addetto ai lavori, è risultato che il vino, in realtà, era in grado di suscitare entusiasmo. Discorso diverso per il Bue Apis, aglianico pronto da bere già nell’annata e buono per gli anni a venire… peccato che del 2000 non ne sia rimasto! L’ultima scorta è volata verso un paese extracomunitario (siete convinti che noi italiani siamo i più grandi intenditori di vino?)

Rillo ci ha raccontato il suo stupore verso questi vecchi vini, considerando la tecnica di vinificazione non molto accurata di quegli anni: non vi era allora quella attenzione quasi maniacale di oggi, non si usavano i lieviti selezionati, gli enzimi proteolitici, i batteri lattici; i processi erano meno controllati, eppure il risultato è ottimo.

L’Aglianico è un vitigno che si esprime benissimo a 10-15 anni dalla vendemmia, se ben allevato e vinificato, peccato che non si arrivi a consumarlo, di norma, in questo stadio di “anzianità”. Purtroppo la tendenza vigente è di vendere tutta l’annata prodotta. D’altro canto è proprio il consumatore medio a pretendere l’ultima annata (ma sarebbe meglio comprarsi un succo di frutta all’uva).

L’atteggiamento del produttore che esaurisce tutto il vino prodotto nell’annata potrebbe essere giusto per due motivi: 1) non conoscendo le potenzialità del vino, perché rischiare di ritrovarsi dopo qualche anno un vino imbevibile, 2) tenendo nel frattempo il capitale immobilizzato in cantina?

Il consumatore potrebbe avere ragione per altri due motivi: non conoscendo le “performance” dell’Aglianico, perché 1) rischiare di comprare una bottiglia di 10 anni non buona 2) ad un prezzo nettamente superiore a quella dell’annata?

Bisogna informare, fare cultura sull’aglianico. Ben vengano queste degustazioni, senza lesinare nei banchi d’assaggio anche la mescita di vini più datati.

Come appassionato mi permetto di dare un consiglio che sicuramente cadrà nel nulla poiché le ragion di stato alla fine prevalgono sempre…

comunque io tento: il consorzio che dovrà tutelare e sviluppare l’Aglianico del Taburno potrebbe inserire in un codice di autoregolazione la norma, per il singolo produttore, di vendere non oltre il 70% della produzione d’annata, poi obbligare a produrre una riserva nelle annate buone. È vero che bisogna realizzare utili in fretta per rientrare delle gravose spese, però è vero anche che producendo in parallelo un rosato, il 2012 sarà già Docg, si possono realizzare subito grossi ricavi, per non parlare poi della Falanghina!

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