Alcune riflessioni sulla X edizione del Falanghina Felix 2011

La rassegna Falanghina Felix di quest’anno è apparsa un po’ sottotono, sofferente forse per le difficoltà economiche che dilaniano il Paese. Le istituzioni preferiscono ridurre il sostegno economico a questi eventi, ignorando l’opportunità che esse offrono di incentivare il consumo di vino della nostra regione. Il settore agricolo non è in crisi e in particolare non lo è il comparto enologico. L’aumento dell’export ne è la conferma.

Ad ogni modo in degustazione vi erano molte falanghine. La Cantina Votino è quella che ha saputo dare la miglior interpretazione del vitigno con un vino molto fruttato, sentori di mela, banana, ananas, dalla grande pulizia olfattiva e gustativa. Su un gradino leggermente inferiore la falanghina della cantina Aia dei Colombi.

Per la Falanghina Terre dei Briganti il compromesso acciaio-legno non è perfettamente riuscito, così come per Vigna Secreta di Mustilli, con aromi di fermentazione persi in sentori indefiniti e anonimi derivanti da legno.

La falanghina dei fratelli Muratori, Caracena 2010, è ancora alla ricerca di una identità; è usata la barrique, a volte fermentazione malo-lattica, a volte affinamento su fecce fini, a volte criomacerazione. Il risultato per ora non è molto esaltante.

La Falanghina di Nifo Sarrapochiello si qualifica biologico in vigna (ed in cantina?); ha sentori speziati che con l’uva falanghina hanno poco a che fare.

Falanghina Astroni: fa criomacerazione e permanenza su fecce fini, tanto lavoro per avere un vino decisamente sottotono.

Le mezze misure non portano all’eccellenza. La Falanghina è un’uva che ci può dare grande freschezza da una parte (data la sua acidità con aromi di frutta fresca da bere entro l’anno, da facili abbinamenti), oppure può essere trattata con opportune tecniche di vinificazione (che richiedono tempo-competenza-perfezione e controllo maniacale del processo), per un vino di grande equilibrio, dotato di complessità sia olfattiva che gustativa.

Non è un po’ di legno (contenitore) o un po’ di criomacerazione o un po’ di parcheggio su fecce fini

che darà vini da ricordare e riacquistare.

La bellezza della manifestazioni enogastronomiche risiede nella possibilità di comparare e ragionare criticamente sui prodotti, e sul settore in generale, oltre che acquisire esperienze sensoriali che affinano la conoscenza dei sapori. Durante Falanghina Felix ho sentito più vivida una questione che mi pongo da tempo, che avverto come urgente, e desidero condividere con i lettori, pur nella sua attuale forma non ancora ben delineata. Una preliminare esposizione mi è utile per una futura, più precisa, formulazione.

Il consumatore medio è molto disorientato, confuso (volutamente?). Può trovare Chianti, Montepulciano DOCG, o DOC dal grande appeal (chardonnay-verduzzo-sauvignon), a 1-2 euro, così come può trovarsi di fronte a un IGT di 30-40 euro.

La classificazione dei vini dovrebbe fornire elementi di chiarezza al consumatore non esperto e non complicargli la scelta. La legislazione vitivinicola italiana prevede alla base della scala vini da tavola, poi gli IGT seguiti dai DOC, e al top la DOCG. I prezzi dovrebbero essere coerenti alla gerarchia (qualitativa?). Un IGT non dovrebbe costare quanto una DOC, in quanto non vincolato dalle severe regole imposte dal disciplinare come per i vini a denominazione di origine.

Come mai un produttore di buon vino sceglie di “accontentarsi” dell’IGT e non punta invece al DOC o DOCG? Azzardiamo un’ipotesi: vorrà forse proporre sempre lo stesso vino, con lo stesso gusto. L’IGT consente margini di manovra che assicurano un prodotto costante, indifferente alle variabili climatiche, ambientali, naturali che donano al vino un gusto diverso da un anno all’altro.

È un’ottima conquista per il Sannio il riconoscimento della DOCG Aglianico del Taburno – speriamo a breve anche in una DOCG Falanghina – una grande opportunità solo a patto che vengano stabilite rigide fasce di prezzo. Il consorzio di tutela dovrebbe verificare l’effettiva congruità prezzo-qualità, assicurando in primis il consumatore sul giusto valore del prodotto acquistato, e dall’altro garantire al produttore di uva la giusta remunerazione. Non è possibile che sia commercializzato un aglianico DOCG a 15 euro se non di ottima qualità, così come non è giusto trovarne dei pessimi a 4-5 euro. Chi compra un prodotto marchiato DOCG non può trovare un prodotto scadente, a prescindere del prezzo pagato.

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