Un pomeriggio a Quintodecimo

Abbiamo avuto il privilegio di partecipare a una degustazione presso la cantina Quintodecimo, Mirabella Eclano (Av). Racconto  di buon grado l’esperienza.

Il colpo d’occhio che si ha al primo impatto con l’azienda è notevole: dopo una curva ti ritrovi sulla destra un vigneto perfettamente allineato, come soldati ad una parata militare. Vigneto dominato e rimirato da un piccolo chateau che sorge sulla sommità della collina. Cipressi di Arizona puntellano i contorni, restituendo un paesaggio toscano. La bellezza naturale, mai banale, dei nostri territori irpini e sanniti è qui esaltata. Vi è una estrema cura dei particolari, un estremo ordine, a ricercare un equilibrio perfetto.

Ritroviamo tutto ciò nel vigneto e nella struttura esterna; la cantina va ben oltre: è organizzata in modo da avere sempre il massimo controllo su tutto quello che succede, nulla è affidato al caso. Grandissima professionalità, ma anche grandissima passione per quello che si va a creare. Al prof. Luigi Moio il merito e il coraggio di aver realizzato tutto questo, con l’augurio che possa essere di sprono per altri appassionati di viticoltura e della natura in senso lato.

Abbiamo visitato la sala di degustazione appena ultimata – sorvolerò sui minimi particolari perché sono innumerevoli e incredibili se non visti di persona – e abbiamo partecipato ad una degustazione orizzontale sui bianchi annata 2009 e una verticale di Aglianico Terre d’Eclano 2006-2007-2008, più qualche digressione. I bianchi sono del 2009 e sono da poco in commercio, i 2010 sono nella fase di “elevage”. I bianchi sono erroneamente etichettati come barricati, ossia affinati in legno a prendere passivamente aromi. Questi bianchi Quintodecimo fanno fermentazione in legno: un 30%(media) di mosto-vino a 2-3 giorni dall’inizio della fermentazione alcolica, che avviene in acciaio, quando l’alcol svolto è di 1-2 % viene posto in barrique, dove continuerà la fermentazione. Vengono svolti continui battonage per controllare i processi di riduzione e di ossidazione e prendere tutto il buono possibile dalle fecce fini (lies). Sei-sette mesi di permanenza in barrique e poi assemblaggio con la parte che ha fermentato in acciaio. Questa tecnica di vinificazione porta a rispettare assolutamente la materia prima, in quanto il legno non prevaricherà gli aromi di fermentazione e gli aromi legati (glicosilati) che appartengono all’uva. In effetti gli aromi del legno sono perfettamente integrati con gli aromi dell’uva, perché il vantaggio offerto dalla fermentazione in barrique è un depotenziamento degli aromi di vaniglia-tostato in seguito a reazioni che avvengono con le sostanze derivanti dalla fermentazione alcolica. Anche il colore se ne avvantaggia, infatti i vini hanno una notevole brillantezza sconosciuta dai vini barricati.

Passiamo all’Aglianico. Molti denigratori, o forse pochi ma che fanno rumore, sostengono che non è tipico. Ma un Aglianico non potrà mai essere tipico, non è un vitigno o un vino varietale come può essere un Pinot noir, che ci darà sentori di cassis-ciliegia da cinnammati, o un Cabernet Sauvignon, che ci dà sentore di peperone verde da pirazine. La tipicità dell’Aglianico deriva da una cattiva viticoltura e da una cattiva enologia, che genera vini grossolani-tannici-vinosi; negatività che per qualche anno o mesi restano nascoste per l’uso massivo del legno, poi vengono fuori dando un vino invecchiato precocemente. La tipicità scaturiva dal peccato originario, il difetto. Il prodotto diventava omologabile perché tutti facevano gli stessi errori.

Oggi grazie alla cultura enologica e viticola diffusa e offerta da persone come il prof. Moio, si è capito che il vino Aglianico va fatto curando gli aspetti viticoli (scelta terreni-esposizione-portainnesto-sistemi di allevamento-potature-rese-controllo sanitario delle uve) e gli aspetti enologici (controllo continuo e conoscenza scientifica dei processi ad evitare deviazioni-estrema pulizia delle cantine-investimenti in tecnologia enologica). Il risultato non può che essere un vino che è comparabile ai migliori rossi italiani e, con un maggiore impegno, accostabile anche ai francesi che hanno cominciato a fare vini buoni qualche secolo prima di noi, capendo che il vitigno è uno strumento per fare un grande vino e non un ostacolo.

Vi chiedo scusa se ho peccato di verbosità. Su certi aspetti, a volte, è doveroso per cercare di dare qualche chiave di lettura in più, per poter capire cosa c’è dietro o dentro ad una bottiglia.

Passiamo alla degustazione: il Prof. Moio ha introdotto i vini spiegandoci il suo concetto di vino che deve soddisfare a tutto tondo la capacità sensoriale dell’individuo. Il vino non rappresenta più un bene primario, lo si beve solo se ci gratifica. È necessaria, dunque, molta più cura nel produrlo.

Bisogna riconoscere che l’obiettivo è stato centrato in pieno: i suoi vini ci hanno offerto tanto naso (profumi-aromi) confermato da tanta sostanza avvertita in bocca.


BIANCHI

Via del campo 2009 Falanghina

Frutta fresca a perfusione, ananas-mela-banana note di miele

grande mineralità e freschezza, come già consigliato una volta

per questi vini, per chi ha la possibilità, comprare più bottiglie

per degustarne una all’anno a seguirne l’evoluzione fino alla

maggiore età.

p.s.: abbiamo degustato anche il 2006, altre sensazioni incredibili

spostate sulle note di frutta secca: albicocca-the.

Exultet 2009 Fiano

Vino un po’ bloccato, vi ricordo che il Fiano viene fuori nel tempo. Grande struttura, al naso farina di castagne, salvia-menta-balsamico.

A conferma abbiamo degustato il 2008 che ci ha regalato grande freschezza e aromi più intensi del 2009.

Giallo d’Arles 2009 Greco

Il mio preferito, al naso frutta bianca pesca-cantalupo, in bocca grande volume-grasso-pieno, con grandissima persistenza.

Terre d’Eclano 2006

un po’ di difficoltà iniziale perché leggermente ridotto, chiuso, un po’ duro, poi apertura a darci speziato di pepe, affumicatura da speck- frutta rossa

Terre d’Eclano 2007

Al naso frutta rossa-humus-creme caramel, in bocca frutta nera, more-mirtillo nero-ciliegia nera, un’esplosione di frutta molto seria. Struttura notevole.

Terre d’Eclano 2008

Praticamente un aborto, ancora acerbo, ma è stato il mio preferito tra i tre, ha grande potenzialità. I tannini, nonostante non abbiano completato la polimerizzazione, sono già morbidi e vellutati con profumi che spaziano dalla liquirizia, alla frutta rossa, al goudron, magari non sono fusi totalmente, ma lo saranno a breve a darci un grande bouquet.

Prezzi in enoteca: per i bianchi dai 25 ai 28 euro ultima annata

                                  Terre d’Eclano 35-40 euro ultima annata

Non do il voto al singolo vino, siamo abbondandementa sopra il novanta per tutti i vini degustati.

È doveroso ringraziare il Prof. Moio e la Sua gentile Signora Laura per la squisita disponibilità e ospitalità offerte.

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