Barbetta Barbera Doc rosso, Antica Masseria Venditti

Durante la serata all’enoteca DeGustibus di venerdì scorso ho avuto modo di conoscere l’enologo-produttore Nicola Venditti, classe di ferro 1958 (ma sono tutte di ferro?), uomo appassionato, determinato, molto legato al suo territorio e alle sue tradizioni, valori che mette in atto abbracciando la produzione biologica e abiurando il legno (botti). Imbottiglia il suo vino dal 1975. La produzione attuale è di 80.000 bottiglie dai circa 10 ettari di superficie vitata.
La scelta di non usare il legno è una posizione rispettabilissima che condivido ma non integralmente. Vi sono vitigni che non vanno violentati, ma rispettati, come nel caso del Piedirosso e della Barbera-Barbetta che Venditti ci ha fatto degustare, vitigni che richiedono un buon lavoro in vigna e un’attenta vinificazione-macerazione per dare risultati ottimali. In questi casi il legno potrebbe togliere qualcosa e non aggiungere.
Diverso è il caso del vitigno Aglianico: quando si sceglie di vinificarlo in purezza, senza usare legno, le cose si complicano. L’Aglianico va domato, occorre lavorare molto in vigna per frenarne l’esuberanza che mal si concilia con la qualità; bisognerà avere il coraggio di buttare giù il 30-50% (dipende dall’annata) dell’uva dalle piante, a fine agosto, nella fase di invaiatura, quando lo zucchero migrerà verso gli acini. L’uva andrà raccolta a giusta maturazione sia tecnologica che fenolica, gli acini dovranno essere perfettamente integri. In cantina si dovrà eseguire una buona estrazione, magari salassando il mosto di un 5% (si allontana in fase di ammostatura, in prima-seconda giornata), calcolare i giusti tempi di macerazione, una regolare fermentazione malo-lattica, e un passaggio in legno magari in botte grande (40-50 hl). Il risultato sarà un vino che manterrà la tipicità del vitigno Aglianico a cui avremo smussato qualche asperità.
Non è corretto demonizzare il legno ritenendolo non appartenente alla nostra cultura. I nostri nonni usavano tini di legno per vinificare (oggi si fa ancora in Borgogna) e i più attenti possedevano in cantina botti grandi di castagno che non usavano solo come contenitori; intuivano già le proprietà del legno, materiale vivo (naturale), e il suo possibile impiego per migliorare il vino.
L’intenzione di mantenere inalterati i caratteri del vitigno da cui deriva il vino è senza dubbio rispettabilissima, ma nel caso dell’Aglianico tale procedura porterebbe ad un prodotto che il mercato non riconoscerebbe come appartenente ad una fascia medio-alta di prezzo, ma posizionerebbe poco al di sopra della fascia “popular”. Lo stesso discorso è valido anche per certi bianchi che si producono nel Sannio e in Irpinia. Il criterio adottato per fissare un prezzo di mercato non è ben chiaro. Sarebbe interessante chiedere al consumatore: “quanto spenderesti per questo vino?”. I produttori avrebbero delle belle sorprese.
La mia vuole essere una critica ed una riflessione rivolta ai consumatori e ai produttori. È molto semplice parlar bene di tutto e tutti, come tante guide fanno, ma il buonismo non aiuta i due attori principali del mercato del vino. Il consumatore ha bisogno di riferimenti corretti prima di approdare ad uno stadio in cui potrà essere in grado di fare acquisti con consapevolezza e, dalla parte opposta, il produttore non deve crogiolarsi sulle buone recensioni rischiando di perdere la forza di sperimentare e innovare.

Il vino degustato – la divagazione di oggi è durata più del solito – è un Barbera-Barbetta 2008. La doppia nomenclatura deriva dall’erronea e diffusa opinione che il vino in questione sia una Barbera. L’origine di tale credenza è da attribuire al fatto che la denominazione fu data da alcuni viticoltori di Castelvenere, in un passato lontano, che per vendere più facilmente il vino si appropriarono di un termine che aveva un forte appeal commerciale. Non Barbera, dunque, ma bensì Barbetta, nostro vitigno autoctono.

Il Barbera-Barbetta dell’Antica Masseria Venditti è un vino di buona personalità, dal colore rosso rubino, impenetrabile, frutto di un buon estratto; al naso frutta rossa, prugna secca californiana, visciole; in bocca si confermano i sentori dell’olfatto, con tannini ben estratti e ben fusi, morbidezza notevole, supportata da una buona acidità, quindi un bel equilibrio, una buona struttura. Grado alcolico: 14°.

Il vitigno è molto interessante, di grandi prospettive, che può tranquillamente fare a meno del legno!

Punteggio: 86/100

Abbinamenti: Paccheri al ragù napoletano- Parmigiana di melanzane alla napoletana- Pollo alla cacciatora

Prezzo in enoteca: 12-13 euro

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