Un Piedirosso Doc(trinarum)

20 Dicembre – Presso l’Istituto De Sanctis di Avellino, sede distaccata del Corso di Laurea in Enologia della Facoltà di Agraria di Napoli, si è svolta la terza edizione di “vino del corso in Viticoltura ed Enologia”. Il promotore del progetto,  che si propone ogni anno di realizzare un vino da un vitigno storico della Campania, è il prof. Luigi Moio, docente di Enologia. Nella prima edizione  è stata presentata la falanghina, nella seconda l’aglianico, quest’anno il piedirosso.

Il percorso è nato per rendere omaggio alle grandi potenzialità dei nostri vitigni ma anche per fornire la testimonianza di un Corso di Laurea in cui teoria e pratica si incontrano  per dare un giusto riconoscimento alla comunità scientifica e didattica che sostiene il corso. Sono stati  prodotti circa mille magnum presso la cantina del Taburno di Foglianise dove la facoltà svolge attività di  ricerca. I Magnum non sono in commercio, ma fatti omaggio agli studenti, ai docenti e ai rappresentanti di istituzioni  che sostengono il corso di laurea.

Il piedirosso è un vitigno sicuramente campano. Il suo nome dialettale “per ‘e palummo” deriva da una  peculiarità del rachide, ossia il colore rosso dei pedicelli degli acini che ricordano il colore e la forma della zampa del colombo. A riprova della forte tipicizzazione, il piedirosso è un vitigno raccomandato solo per  la Campania. I vini del Sannio beneventano, nella cui composizione hanno il piedirosso, sono i monovitigni  Taburno e Sannio e il rosso-rosato piedirosso della Doc Sant’Agata dei Goti. Il vitigno si adatta a climi  caldi, avendo elevate esigenze termiche. La maturazione delle uve avviene tra fine settembre e inizio ottobre. Ha potenzialità enormi, se consideriamo che nelle nostre zone l’aglianico è un vino troppo impegnativo, mi spiego:  per struttura, per grado alcolico, si presta ad abbinamenti con cibi molto strutturati, quindi sarà relegato ai  classici pranzi domenicali o comunque ad occasioni particolari. Il piedirosso, con una gradazione e struttura più abbordabile, con tannini maturi e moderata asprezza, ben si presta ad abbinamenti con cibi quotidiani, più  semplici. Molteplici possibilità di abbinamento: pensate ad una pasta e patate (per cortesia: prima di servirla  fatela riposare almeno 15 minuti) o ad una pasta e fagioli, carne alla pizzaiola, parmiggiana di melanzane o di  zucchine, o, perché no, una zuppa  di pesce o un baccalà in guazzetto. Il vitigno che mal si presta ad  invecchiamento, nonostante i molti tentativi, va bevuto fresco, giovane, entro i 2-3 anni dalla vendemmia, ad  esaltare le sue peculiarità; potrebbe diventare il nostro Dolcetto. Infatti, quest’ultimo non ha la pretesa di divenire  Barolo con l’invecchiamento, è cosciente che con il più ricco conterraneo non ci sarebbe storia, dunque si posiziona lungo altri segmenti. Allo stesso modo noi, se puntiamo ad aumentare la concentrazione del piedirosso o in vigna o in cantina, non riusciremmo a tenere testa  nemmeno agli aglianici di secondo-terzo livello. A Febbraio faremo delle degustazioni-valutazioni sui nostri  piedirossi più rappresentativi.

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