Il sequenziamento del genoma della vite

In occasione della manifestazione “vino del corso in Viticoltura ed Enologia” si è tenuta una lectio magistralis del prof. Mario Perrotti, docente di Genetica agraria presso l’Università degli Studi di Verona, sul genoma della vite. Il docente ha preso parte al sequenziamento del genoma della vite, progetto volto alla caratterizzazione strutturale e funzionale del genoma, lanciato nel 2005 nell’ambito di un accoro di collaborazione scientifica tra il Ministero delle Politiche Agricole e Forestale e il Ministero dell’Agricoltura francese, con il coinvolgimento del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in agricoltura. La parte italiana è stata svolta presso l’Università di Padova, coordinatori il professor Valle e il professor Morgante.

Nella risoluzione dei problemi in agricoltura, di natura quali-quantitativi, si seguono tre strade: pratiche agronomiche, chimica, genetica. Nel campo viticolo si è sempre fatto riferimento solo alle prime due, basti pensare che negli ultimi anni abbiamo avuto solo una nuova varietà: l’incrocio Manzoni. Con il sequenziamento del genoma della vite avvenuto nel 2006 (il quarto in ordine cronologico dopo l’arabidopsis italiana, il riso e il pioppo) si apre un nuovo scenario, in quanto rappresenta un punto di partenza per capire la funzione dei geni, per valutare con precisione la variabilità naturale genetica di questa specie e determinarne l’importanza nell’influenzare lo sviluppo della pianta e la qualità del prodotto, anche in risposta agli stimoli ambientali. Queste conoscenze avranno fini applicativi ad esempio nello sviluppo di viti resistenti alle malattie e quindi potremmo ridurre l’impiego di fitofarmaci.

Il progetto è costato 18 milioni di euro ed in poco più di un anno ha consentito di ricostruire le circa 480 milioni di paia di basi che costituiscono l’intero genoma della vite. Nell’uomo il sequenziamento è durato circa 10 anni (2000-2010) ed ha evidenziato circa 3 miliardi di paia di basi, per un costo complessivo di circa 2 miliardi di dollari. Oggi farsi sequenziare il proprio genoma costa circa 20.000 euro, fra un anno ne basteranno 1.000.

Tornando alla vite, sono stati identificati 30.000 geni che rappresentano il 7% della totalità, quindi ancora non sappiamo nulla del rimanente 93%. La ricerca andrà avanti: partirà tra poco il sequenziamento di circa 56 vitigni autoctoni sui circa 300 italiani. I ricercatori sono riusciti, ad ora, nell’identificazione di 750 proteine e 400 metaboliti (tra cui antociani, tannini, stilbeni, ecc…), che ci porta ad una conoscenza migliore degli aromi e gusto del vino. Ad esempio ci sono geni che codificano per le stilbene-sintasi, enzimi che dirigono la sintesi di resveratrolo, il composto la cui presenza è stata correlata ai benefici di un consumo moderato del vino rosso. Una situazione analoga si osserva nella sintesi di terpeni e tannini, i maggiori responsabili dei profumi e della struttura dei vini (rossi), quindi è abbastanza intuibile cosa tutto ciò rappresenta in termini di sviluppo e costruzione di nuovi modelli di vino che sempre più asseconderanno i gusti dei consumatori.

Questo è un bene? Ci sono varie scuole di pensiero in merito. Noi aderiamo a: no Ogm – no troppa chimica – no troppo di tutto! Perché noi siamo per due prodotti (vino e formaggio) che dovrebbero rappresentare la natura in senso lato, con l’uomo che deve impossessarsi di tutti i passaggi, anche i più insignificanti ed aleatori del processo che porta alla loro formazione per poterli guidare/assecondare/incanalare nella giusta direzione evitando deragliamenti.

 

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